L'ultima fornace di calce di Caviano
A Caviano, sponda ticinese, Aldo Ferrari cuoce la calce come si faceva nell'Ottocento. È rimasto l'unico su tutto il lago.
La fornace di Caviano durante la cottura
Foto Renzo Bianchi
La fornace di Caviano è l'ultima accesa sul Verbano. Aldo Ferrari la carica di pietra calcarea e legna di castagno, poi aspetta: la cottura dura sei giorni e sei notti senza interruzione, e se il fuoco cala anche solo per un'ora la calce non si forma e la settimana di lavoro va persa. Ha imparato il mestiere dal padre, che lo aveva imparato dal proprio; fino agli anni Sessanta di fornaci come questa ce n'erano dodici tra Cannobio e il Gambarogno, e la calce viva partiva in barca verso i cantieri delle due sponde. Oggi resta solo la sua, e lavora tre settimane l'anno.
Il fuoco e il tempo
Foto Renzo Bianchi
Il forno è una torre di pietra alta quattro metri, scavata nel fianco della collina: dentro, milleduecento chili di sasso disposti a volta in un equilibrio che Ferrari costruisce a mano ogni volta. La temperatura deve salire lenta e restare intorno ai novecento gradi — troppo poco e la pietra non si trasforma, troppo e si vetrifica — ma lui non usa termometri: guarda il colore della fiamma e ascolta il rumore della legna, e dice che il forno parla, che bisogna solo imparare la lingua. La notte è la parte più dura: ogni quaranta minuti bisogna caricare, per sei notti, e alle tre del mattino, quando il vento porta l'umido dal lago, il fuoco vuole più legna e più attenzione.
«La calce non si compra al chilo: si compra il tempo di chi la cuoce.»
Quando il forno si spegne, la pietra è diventata calce viva: leggera, bianca, che brucia le mani se la tocchi bagnata. Serve per le malte dei muri a secco, gli intonaci delle chiese, la disinfezione delle stalle — prodotti che quasi nessuno chiede più, tranne i restauratori e qualche contadino testardo. Ferrari ha sessantotto anni; alla domanda su chi continuerà dopo di lui risponde con una scrollata di spalle: il figlio ha un lavoro in città, dice, e questo mestiere non dà da vivere, dà da pensare. Poi rientra nella torre a controllare la volta di pietra, come se la conversazione non fosse mai cominciata.

