La donna che contava le campane
A Cursolo dicono che l'acqua tace, e che quando parla è già troppo tardi. Il detto lo ripeteva Teresa, che per quarant'anni contò le campane di tre valli e sapeva riconoscerle a orecchio, una per una, anche nella nebbia.
Archivio Studio Star
La casa di Teresa stava sopra il torrente, all'ultimo tornante prima del bosco. Da lì, nelle sere ferme, si sentivano le campane di Cursolo, quelle di Falmenta e — quando il vento veniva da nord — anche quelle svizzere di Indemini.
Contava i rintocchi per mestiere, diceva, non per devozione. Suo padre era stato campanaro e le aveva insegnato che ogni campanile ha una sua voce e un suo modo di sbagliare.
Nella valle, fino agli anni Sessanta, le campane erano l'unico orologio comune. Segnavano l'ora, ma anche la nebbia in arrivo, il ritorno delle mandrie, la morte di qualcuno.
«Le campane non dicono l'ora. Dicono chi è rimasto.»
Quando la registrammo, nel 1996, aveva ottantatré anni e viveva sola. La cassetta dura cinquantadue minuti e per i primi dieci non dice quasi niente: si sente il fuoco, una sedia che si sposta.
Poi comincia, e non si ferma più. Racconta di quando nel '44 le campane suonarono a martello di notte e nessuno seppe mai chi le avesse tirate.
Le leggende, in questa parte del lago, non parlano quasi mai di mostri o di tesori. Parlano di suoni: passi che si sentono e non si vedono, voci nel canneto.
Teresa non credeva a niente di tutto questo, o almeno così diceva. Ma conosceva ogni storia nei dettagli e correggeva le versioni sbagliate con la precisione di un archivista.
«L'acqua tace. E quando parla, è già troppo tardi.»
Il detto compare in tre raccolte, sempre attribuito a Cursolo e sempre senza fonte. Teresa è morta nel duemila; il campanile oggi è elettrificato e non cala più di mezzo tono nelle giornate umide.


